Hippie movimento immortale

Leo De Palma

Saranno stati anche dei «malati di protagonismo» - come li ha recentemente definiti un politico di oggi - eppure a oggi nessuna generazione ha eguagliato quella degli anni Sessanta, con la sua voglia di prendere la parola e di giudicare il mondo. Quei giovani si sono sentiti profeti e protagonisti di un passaggio straordinario. E il cambiamento non lo hanno letto sui libri o studiato a scuola, perché loro – gli hippie - lo hanno annunciato al mondo. Un movimento giovanile che a metà degli anni Sessanta ha immaginato - e messo in pratica - un rinnovamento radicale della società. Un movimento che ha avuto un impatto devastante su una generazione di ventenni, che è riuscito ad affascinare anche gli adulti. E che, ancora oggi, fa parlare di sé. 

 

 

 

 

 

C’è qualcosa di misterioso nel fenomeno del movimento hippie, qualcosa che è sempre sfuggito e che sociologi, politici, media, non sono mai riusciti a spiegare. Lo straordinario è come un movimento giovanile, durato poco meno di quattro anni, sia riuscito a far parlare di sé da una parte all’altra del pianeta in anni in cui la comunicazione è difficile e soprattutto poco immediata, condizionando un’intera generazione. Il movimento hippie è come se fosse durato un decennio e ancora oggi, che sono passati quasi sessant’anni dalla sua nascita, riesce ad affascinare. La sola spiegazione è forse quella che sostiene che il movimento deve il suo successo alla sua filosofia. Quello dei Figli dei fiori, infatti, è stato l’unico movimento culturale che ha fondato il suo credo esclusivamente nella divulgazione della pace e dell’amore, senza aver mai abbracciato un’ideologia politica. Peace & Love, quindi, non è stato solo uno slogan di uno stravagante stile di vita - a loro piace provocare, distruggere il codice moralistico della società borghese - ma una filosofia vera e propria che non poteva non nascere che negli Stati Uniti, dove in un momento di ripresa economica la maggioranza della popolazione si identificava nell’American Dream, che diffondeva sicurezza e secondo il quale «ognuno negli Stati Uniti può avere successo e prosperare».

 

Agli inizi degli anni Sessanta è vincente lo stereotipo della famiglia felice composta da due giovani, belli, puliti e sani, con due bambini, altrettanto belli, puliti e sani, che vivono in una villetta, con cane, gatto e giardino, televisione (sempre accesa) in salotto e automobile nel garage, il barbecue nel weekend con gli amici. Per loro, ovviamente, c’è un roseo futuro all’orizzonte. 


Gli hippie, o Flower Children, colgono l’artificiosità del modello proposto dalla società, rendendosi conto che la felicità veniva contrabbandata e mascherata dal comfort, e mettono a fuoco la monotonia del vivere quotidiano svelando il più radicato tabù della società borghese: il sesso. Si spogliano, non solo fisicamente, di tutti gli stereotipi e fondono la cultura insieme alla politica, insieme alla musica, insieme all’arte. La loro filosofia si basa semplicemente sul rifiuto della società capitalistica e del benessere, sulla volontà di costruire un mondo fondato su alti valori che non hanno nulla a che fare con i dollari, le comodità artificiali e gli status symbol.

 

 

Diffondono l’amore, inteso come modo di porsi di fronte alle cose, alle persone, al sesso, alla vita. Raccolgono seguaci in tutto il mondo, milioni di giovani restano affascinati dall’approccio liberatorio verso la vita. I portavoce sono le rockstar, icone di una musica e uno stile di vita immortale, vite bruciate troppo presto dalla droga e dagli eccessi. Da tutto il mondo, coloro che si sentono partecipi a queste idee, si radunavano in modo spontaneo e inarrestabile. Erano musicisti, poeti, scrittori, insegnanti, a cui si uniscono pure nullafacenti, imbroglioni e semplici sognatori.

A San Francisco, nel quartiere di Haigh-Ashbury, si era creata una micro-società libera dalla repressione: libera da tutto, da qualsiasi indottrinamento e condizionamento, dove suonare e fare sesso era più facile che mangiare, dove le forze dell’ordine sorridevano al loro passaggio e - non di rado - appoggiavano le loro battaglie. Forse era il modello ideale del benessere della società. Così la “rivoluzione dell’amore” è dilagata. 

Ma il Flower Power, come lo definirono i media, non ce la fatta. 

Il Potere vero non lo conquista, forse perché non era quello che interessava, non era quello che volevano i Figli dei fiori. O, forse, perché parole come Pace e Amore cominciavano a essere una minaccia per un’America impegnata in una guerra infinita e logorante contro il Vietnam - che in pochi sanno dove si stia combattendo e meno ancora sanno il perché - in rapporti tesi con l’Unione Sovietica, con violenti conflitti razziali interni e con presidenti, politici e predicatori assassinati. 

E a Woodstock si è celebrata la festa d’addio. Quell’apparente disimpegnato weekend di Ferragosto del 1969 si sarebbe trasformato - complici le infervorate interpretazioni dei media, un triplo album pietra miliare della discografia rock, un film-monumento e una presenza oceanica e appassionata di giovani - nel sogno utopico di una nazione alternativa, celebrata da un fiume di musica che usciva definitivamente allo scoperto, lasciandosi alle spalle il marchio “underground” e diventando semplicemente rock. Una nazione ansiosamente inseguita dall’industria discografica e dai teorici dei nuovi consumi che scoprivano, nello sterminato pubblico hippie (o supposto tale) un serbatoio di risorse e un proficuo investimento per gli anni a venire. 

Il trasgressivo slogan dei Figli dei fiori è stato: Fate l’amore, non fate la guerra. Ma la storia e gli eventi lo capovolsero in Non fate l’amore, fate la guerra. Purtroppo, così fu. 

media 5
media 11
media 5
media 4
hippie 05