La lettura de Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni (Edizioni Divinafollia, 2026) mi ha provocato una serie di sensazioni contrastanti. Innanzitutto mi ha confermato che di là dalla dissonanza che costruisce, ha una musica interiore e “sotterranea” per cui alcuni suoi versi o a volte anche solo parti di verso io li sento cantati e trasformati in rap già sulla pagina: una pronuncia molto contemporanea e a volte persino “ipnotica”. Poi, più della volta scorsa con Kolektivne NSEAE, mi sono reso conto di quanto nel suo attacco all’ordine costituito e al sistema, di cui vuole fare tabula rasa, Pozzoni faccia in realtà riferimento a due esperienze che hanno tradizioni ben radicate: quella delle avanguardie militanti e belliciste come il futurismo (mescolando il lato più programmatico alla Marinetti con la verve più divertita di un Palazzeschi) e quella della comicità e della parodia dissacrante, del carnevale, alla Rustico di Filippo o Cecco Angiolieri; ma si potrebbero aggiungere molti altri riferimenti, persino a classici come Catullo in alcuni loro aspetti più aspri. Insomma, Ivan Pozzoni compie una distruzione della tradizione ufficiale che ha una sua profonda tradizione. Sono dunque chiare sia la sua consapevolezza (io non ho una conoscenza teorica comparabile alla sua) sia la sua qualità tecnica, che insieme alla profonda necessità interiore costruiscono la poesia: una necessità che lo porta ad attacchi anche diretti e personali che io, pur consapevole delle dinamiche del potere, sento invece lontani da me. Mi rendo conto che solo Pozzoni è in grado di farci i conti con le sue, di necessità, come ogni poeta e come ogni essere umano e non voglio giudicare le sue scelte; però alcune le avverto insidiose non tanto perché possano essere controproducenti (il “suicidio” editoriale di cui parla), quanto perché mi appare evidente che sono la conseguenza di sentimenti che lo abitino in maniera così intensa (mi sembrano infatti molto più autentici di un semplice gioco letterario): può darsi che questo tipo di scrittura sia la sua modalità, esprimendoli, anche per liberarsene. Non sto dicendo che non sarebbe bello che ci fosse più giustizia e un riconoscimento adeguato ai valori autentici nel mondo editoriale italiano, ci mancherebbe, e mi fa piacere che Pozzoni abbia trovato spazio e riconoscimento in tanti altri contesti. Non voglio neanche fare l’elogio del vivere appartato. Sentirei la sua poesia ancora più potente se colpisse soprattutto il comportamento, perché vorrebbe dire colpirlo anche potenzialmente in noi: il potere, secondo me, è veramente pericoloso per chiunque, perché attira e poi si insinua cambiandoci senza che spesso ce ne rendiamo davvero conto. Può darsi che io difetti di pragmatismo e pecchi di ingenuità, che la sua sia anche una rabbia per così dire santa, che dunque il mio punto di vista vada fuori bersaglio, ma ho cercato con queste mie parole di provare a leggerlo con tutta l’onestà e la sincerità che mi sono possibili.
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