Vi è mai capitato di trovare qualunque scusa per non finire un libro, perché poi non potrete mai più leggerlo per la prima volta? A me sì e, con Cocaina, ho talmente tirato la corda, rimandando l’inevitabile con spericolati autoinganni, che mi sono ritrovata a fissare l’ultima pagina del romanzo come se fosse una sentenza di condanna a morte. E, in effetti, se ci pensate, terminare un testo che ci fa crepitare l’anima ha qualcosa di luttuoso. Dopo bisogna elaborare la perdita. Esagero? Certo che esagero! È una delle poche cose che mi viene bene. Ma facciamo un passo indietro: parafrasando Don Abbondio, Pitigrilli! Chi era costui? A noi, in effetti, questo nome dice poco o nulla, ma negli anni Venti del Novecento fu un bestseller di tutto rispetto. Riassumere in poche parole la sua parabola biografica non è affatto semplice. Potrei essere laconica e condensare quasi 82 anni di vita (1893-1975) in un sapido aforisma: da pornografo a baciapile! Ma preferisco fornirvi altri dettagli, perché il caro Pitigrilli, al secolo Dino Segre, è un personaggio assai interessante, nel bene e nel male (più nel male, a dire il vero). Torinese, grazie a pubblicazioni come Mammiferi di lusso, La cintura di Castità, I vegetariani dell’amore, si meritò la fama di scrittore libertino, vendendo valanghe di copie. Ad aumentare la sua celebrità fu il clamoroso arresto per “Attività antifascista e offese al Duce”. Quando si scoprì che le prove a suo carico erano state falsificate dalla sua ex amante, la nota poetessa Amalia Guglielminetti (alla quale è, peraltro, dedicato Cocaina: “Ad Amalia Guglielminetti, istrice di velluto”), di 12 anni più anziana di lui (immaginatevi i pettegolezzi a riguardo nei salotti della perbenista città subalpina), fu assolto e iniziò a collaborare come spia dell’OVRA (la polizia politica fascista), nonostante le origini giudaiche del padre. Un lurido infame, insomma. Negli anni successivi inanellò uno sproposito dopo l’altro: praticò sfacciatamente la bigamia, sposandosi con Lina Furlan, la prima donna a esercitare la professione di avvocato penalista in Italia, nonostante fosse coniugato con una ricca ebrea francese (le povere non gli erano mai piaciute… come consorti, intendo), divenne seguace del famigerato sensitivo, alias ciarlatano, Gustavo Rol e (udite, udite!) si convertì al cattolicesimo, trasformandosi in un pinzochero tanto integralista da arrivare a rinnegare le sue opere di successo (tentando da un lato di impedirne la ristampa e dall’altro di ritirare dal commercio le copie ancora in circolazione). Nel 1948 (esasperato, poverino!, dal clima di generale riprovazione nei suoi confronti dovuto al collaborazionismo coi fascisti) riparò in Argentina (come molti gerarchi nazisti), dove rimarrà per dieci anni, scrivendo sul giornale peronista La Razón. Alcuni sostengono addirittura che aiutò Evita nella stesura della sua autobiografia propagandistica La razón de mi vida. Il nostro “Voltaire di provincia” (come lo definisce Marziano Guglielminetti nel fulminante Amalia. La rivincita della femmina) tornò in Europa, dividendosi tra Parigi e Torino, dove si dedicò alla composizione parossistica di testi ascetico-contemplativi e articoli devozionali per un periodico francescano. Ma veniamo al romanzo, uscito nel 1921 per l’editore Sonzogno: il titolo non è pretestuoso. Si parla di droga, eccome, e il protagonista Tito è gravemente dipendente dalla polvere bianca, ma c’è dell’altro… la tossicodipendenza più pericolosa, infatti, non è indirizzata alla neve, bensì a una ballerina, all’anagrafe Maddalena e come artista da quattro soldi Maud, che viene ribattezzata da Tito proprio Cocaina. Cos’è che lo affascina di lei? La totale mancanza di senso morale. Maud è l’incarnazione del vizio e non fa nulla per mascherarlo, anzi vive sfacciatamente ogni perversione. Mi terrò ben lontana dai meandri della trama, ma vi assicuro che le pagine di questo romanzo sono davvero sorprendenti. Uno stile ficcante, disincantato, dissacrante, amaro, in cui la Parigi di inizio secolo somiglia pericolosamente alla Babilonia biblica, straordinarie le pagine in cui vengono descritte le bettole in cui si riunivano gli adepti della coca, pronti a tutto per una tirata. Una ventenne, ad esempio, ridottasi alla prostituzione per pagarsi le dosi, salta in braccio al suo pappone per ‘rubargli’ pulviscoli di droga, infilandogli la lingua nelle narici... E Trainspotting impallidisce. Avrete intuito che non è una lettura per tutti: bisogna avere lo stomaco forte per digerire alcune scene. E, avvertenza necessaria, si astengano puritani, mormoni, amish, beghine e compagnia, mi raccomando: le stoccate antireligiose, infatti, giungono a tali vette di blasfemia da far saltare sulla sedia anche un’atea integrale come me. In uno dei passaggi più blandi (quelli estremi, che fanno sembrare alcune canzoni degli Impaled Nazarene filastrocche per bambini, li scoverete da voi) Tito paragona gli apostoli a dei promoter (“La réclame è necessaria. Se Gesù Cristo è divenuto celebre, può dir grazie agli apostoli, i suoi dodici grandi agenti di pubblicità”). Si diverte poi a rivisitare il peccato originale: “Che umorista quel padre eterno! […] Pentitosi dei soverchi doni concessi ad Adamo e consorte, volle ritoglierli senza fare una sporca figura, e ricorse al serpente, suggerendogli quell’abile mascalzonata della mela, che tutti conosciamo”. Ve lo immaginate il Pitigrilli in versione pietista, col rosario in una mano e i Vangeli nell’altra, quando ripensava a una pagina come questa o ai brani in cui l’armena Kalantan, amante milionaria del protagonista, riceve i propri partner sessuali in una bara, in modo che si levino dalle scatole subito dopo l’amplesso perché non c’è spazio per stare a coccolarsi? A conti fatti, siamo di fronte a un libro che si odia o si ama. Io, lapalissiano sottolinearlo, lo amo di una passione viscerale, istintiva, psicotica, nefasta. E la cosa mi piace molto. In parole povere sono diventata dipendente da questa Cocaina e non ho nessuna intenzione di disintossicarmi. E voi cosa dite di assaggiarla? Non mi risulta sia illegale.


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