Zerzura, l’oasi misteriosa

Ivana Gabriella Cenci

Il desiderio di scoprire antiche città perdute si perde nella notte dei tempi. Attratti dal fascino del mistero e dell’ignoto, dal desiderio di conoscenza ma anche assetati di fama e fortuna, esploratori di tutti i tempi si sono avventurati alla ricerca di leggendarie città e preziosi tesori nascosti. Sembravano esistere solo nei racconti fantastici e nei miti, eppure a volte chi le ha cercate le ha trovate davvero. Erano nascoste sotto i mari, nelle giungle ricoperte dalla vegetazione, altre ancora celate tra le dune del deserto. 

Molti luoghi restano ancora avvolti nel mistero. E il fatto che non siano stati ancora trovati non significa che non possano essere esistiti davvero. Potrebbe essere il caso di Zerzura, un’antica oasi perduta che dovrebbe trovarsi da qualche parte nel profondo del deserto a Ovest del fiume Nilo, in Egitto o in Libia.

Le più remote testimonianze risalgono ad un manoscritto risalente al 1447 dove l’emiro siriano Osman el Nabulsi menziona l’oasi come uno dei numerosi villaggi abbandonati a sud-ovest di Faiyum.
Il nome di Zerzura ricompare magicamente - è il caso di dirlo - nel Libro delle perle nascoste, un trattato del XV secolo opera di un anonimo autore arabo. Nel Kitab al Kdnuz, questo il nome originale del manoscritto, vengono riportate le posizioni di oltre 400 tesori nascosti in Egitto, con indicazioni precise sulle pratiche magiche e gli incantesimi da eseguire per poterli ritrovare. Nel trattato l’Oasi di Zerzura viene descritta come luogo meraviglioso: «Nella città di Wardabah, situata dietro la cittadella di el Suri, vedrete palme, viti e sorgenti. Entrate nel Wadi e proseguite fino a quando troverete un altro Wadi che corre verso ovest tra le montagne». Zerzura è una città bianca come una colomba, sul cui portale principale è scolpito un uccello. All’interno dell’oasi si trovano un re e una regina addormentati nel loro castello. «Prendete con la mano la chiave che si trova nel becco dell’uccello, quindi aprite la porta della città. Lì troverete grandi ricchezze.... Non svegliate il re e la regina, ma prendete il tesoro». 

Inutile dire che questo testo attirò nei secoli a venire l’attenzione di molti esploratori. In realtà Zerzur in arabo significa “uccellino” e Zerzura “luogo dei piccoli uccelli”, nome generico con cui si potrebbe definire qualsiasi oasi sconosciuta. 

Esistono però anche riferimenti specifici alla posizione: «...si dice che si trovi sette giorni a Ovest di Bu Mungar, a Est di una grande duna longitudinale, quasi impraticabile». L’attenzione dei ricercatori di città perdute si è quindi concentrata su una regione chiamata Gilf Kebir, un altopiano che si trova tra il remoto Sud-Ovest dell’Egitto e il Sud-Est della Libia.

Spunta poi una testimonianza risalente al 1481 d.C. riportata dagli scribi dell’Emiro di Bengasi dove si narra la vicenda di un cammelliere, Hamid Keila che arrivato a Bengasi racconta la sua disavventura nel deserto. In seguito a una tempesta perse tutti i compagni di viaggio ma venne salvato dagli abitanti di Zerzura. Secondo la testimonianza di Keila si trattava di una città straordinariamente ricca. Descrisse gli abitanti come persone dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri. Portavano una spada dritta invece delle scimitarre, parlavano una strana versione dell’arabo e non erano musulmani. Le loro donne infatti non portavano il velo. Qualcuno osò affermare che si potesse trattare di una misteriosa città di cavalieri crociati nel cuore del deserto libico.

Topography of Thebes and a General View of Egypt è il trattato che l’egittologo inglese John Gardner Wilkinson pubblicò nel 1835. Nel testo cita anche Zerzura e ne parla come un’oasi perduta da qualche parte nel Grande Mare di Sabbia del Sud. Una sorta di paradiso segreto, un luogo fantastico e inarrivabile, sospeso tra leggenda e letteratura. Un po’ come per l’Eden biblico, la mitica Atlantide e il Giardino delle Esperidi: luoghi che non sono mai stati esattamente localizzati nonostante le infinite speculazioni e le numerose ricerche. 

Tuttavia nel XX secolo alcuni esploratori europei continuarono la ricerca dell’oasi. Tra questi Laszlo Almasy, esploratore e pilota ungherese affascinato dalle storie che circolavano su questa antica oasi che, forse, nascondeva «manoscritti» e «conoscenze segrete». Nel 1932 partì alla guida di una spedizione finanziata dalla Società Geografica Reale d’Egitto e dalla Deutsche Forschungsgemeinschaft, composta da scienziati, archeologi e geologi e beduini esperti del deserto. Non riuscirono a trovare l’oasi di Zerzura, tuttavia, la spedizione non fu del tutto infruttuosa: Almasy raccolse informazioni sulle caratteristiche geografiche e climatiche del deserto, sulle abitudini dei beduini e sulla vegetazione delle regioni esplorate. La sua storia e le sue imprese ispirarono il celebre romanzo Il paziente inglese di Michael Ondaatje.

Sempre negli anni Trenta l’esploratore e geologo britannico Ralph Bagnold si dedicò alla ricerca di Zerzura nel deserto del Sahara occidentale. Nemmeno lui la riuscì a trovare, ma continuò a esplorare il Sahara e a sviluppare nuove tecniche di navigazione nel deserto, che sarebbero state utilizzate anche durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1977, quando l’agenzia spaziale statunitense Nasa riuscì a far atterrare una sonda senza equipaggio su Marte, Bagnold aveva 81 anni e contribuì alla missione. Aveva una comprensione unica delle dune marziane, che erano simili a quelle sulla Terra, grazie alla sua ricerca risoluta di Zerzura.

Fino ad oggi nessuno si è mai imbattuto in una prova definitiva dell’esistenza dell’oasi di Zerzura. E forse questa è una virtù del deserto. Ci mostra i limiti della nostra conoscenza, l'inesorabile cambiamento del nostro mondo spinto da forze al di fuori del nostro controllo. Come disse Will Durant: «La nostra conoscenza è un miraggio che si allontana in un deserto di ignoranza in espansione».

 

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