The Strokes: libertà in autotune

Alessandro Dinale

In questo periodo storico, sembra che le case di produzioni vogliano solamente una cosa: tirare fuori i vecchi nomi e i vecchi brand e darli da mangiare così come sono - e sono sempre stati - al pubblico. I produttori sono spaventati dal cambiamento perché questo non si può calcolare con qualche equazione o da un’AI e il rischio di fallimento è quindi più alto. Però come si fa a salvare un genere senza reinventarsi? Non si può, semplicemente. Questo ce lo fanno capire i The Strokes con la loro storia, tra corse per produrli, menefreghismo e Auto-Tune.

I The Strokes arrivano nel mondo della musica negli anni Duemila, iniziando con i classici concerti in piccoli locali. 

Il loro stile è semplice e diretto, ogni canzone ti entra in testa, ma dietro ogni nota e ritornello catchy, si nascondono strati su strati di studio e creatività: la strumentale è un perenne scambio tra punk, noise e addirittura qualcosa di surf rock; la struttura è quella di una canzone pop radiofonica e il tutto è messo insieme dalla voce del frontman, con quell’effetto graffiante che per qualche motivo funziona sempre. Si sente che la band, nonostante la giovane età, fosse pienamente cosciente di quello che stava facendo.

Qualcosa scricchiola con Room On Fire, il secondo album: lo stile rimane lo stesso ma le vendite no. Il calo c’è e non si ferma più, nemmeno per i progetti seguenti. In questi cambiano stile di scrittura e di sound, ma le vendite continuano a calare e anche la critica inizia ad essere sempre più negativa. Gli Strokes però non sembrano interessarsi a questo: delle vendite e delle opinioni altrui non ci fanno molto. 

Questo atteggiamento si nota ancora di più con il loro penultimo album: The New Abnormal, uscito sette anni dopo, che fa entrare la band in una nuova epoca: si allontana dal loro classico sound crudo e si avvicina a un suono più pulito. 

Ora veniamo ai giorni nostri: a fine luglio esce Reality Awaits.

Il tanto atteso ritorno fa eccitare tutto il loro pubblico, ma l’emozione dura poco. I singoli usciti sono stati talmente odiati che i fan speravano che fossero strani perché bisognava “aspettare la realtà”, come dice l’album, e che quindi nell’album sarebbero state diverse… Come dicevano i grandi complottisti del finale di Stranger Things.

Per quanto sarebbe stata un’idea di marketing molto interessante, non era vera: i singoli erano così anche nell’album. Vi lascio quindi immaginare l’opinione del pubblico.

Siamo onesti: chi non ha storto il naso ascoltando per la prima volta questo album?

Quell’autotune sulla voce pesa tantissimo e non si riesce a ignorarlo. Io per primo non riuscivo ad accettarlo. Per me gli Strokes sono sempre stati un po’ il faro nella notte del rock e con quel tipo di produzione non riuscivo a entrare in quelle loro atmosfere allegre e malinconiche allo stesso tempo. Però quando qualcosa non ti piace, bisogna sempre pensarci su e ragionarci bene sul perché non ti piace. Così ho ascoltato un album più volte e, riascoltandolo, ho spogliato la sensazione negativa che provavo e ho capito che il fatto che non mi piacesse non era perché non lo reputassi bello, ma era perché non mi stava dando quello che volevo dalla band. Le atmosfere dei vecchi album, quella malinconia che ti riporta alle notti d’estate della tua adolescenza, non ci sono più.

E allora cosa ci lascia questo album? Ancora sto cercando di capirlo.

Reality Awaits in realtà non si distacca neanche così tanto dal loro stile. Se tagliamo fuori la voce, le strumentali ricordano molto quelle di The New Abnormal, specialmente per quanto riguarda la chitarra. Le strutture delle canzoni, invece, sono un ritorno a quelle più semplici dei primi album. Ci ritroviamo anche con un’ottima tracklist che fa scorrere benissimo l’album, senza alcun tipo di banalità nella scrittura. L’intro dell’album Psycho Shit fa entrare perfettamente nell’atmosfera del progetto, con un crescendo quasi disperato. Si continua con la tristezza con Dine N’Dash, una canzone che ha lo stesso gusto di cenare con qualcuno sapendo che quella è l’ultima volta che lo vedrai, per poi essere seguita da Lonely in the Future, che mostra il lato più allegro dell’album, una canzone estiva che ti fa venire voglia di ballare. Quella dopo ancora, Falling Out of Love, è un singolo perfetto da ascoltare al mare guardando il tramonto. La tracklist quindi è ben equilibrata, salvo per gli unici anelli deboli dell’album: The Fruits of Conquest e Tyrant of the Mellow Moon, le canzoni conclusive. La penultima la trovo fin troppo semplice, andando verso la fine non riesce a spiccare in alcun modo e finisci per dimenticarla molto in fretta. Invece per quanto riguarda la chiusura, per un album così ben impacchettato, non riesce a dare una sensazione di appagamento, non dà una vera e propria conclusione all’album: semplicemente finisce. Ed è un gran peccato, perché questo album necessitava assolutamente di un finale degno del progetto. 

Detto questo, però, non sento di poter dire che questa ultima fatica degli Strokes sia un fallimento. Ho apprezzato la diversità del sound e ho apprezzato anche tutti i rimandi al loro vecchio stile, ma soprattutto l’atmosfera che creano è una cosa che non ho mai sentito e proprio per questo è un album che, in un modo o nell’altro, mi porterò dietro.

Parliamo della voce in questo album, visto che la gente sta parlando solo di quello. La prima volta che la ascolti, ti senti completamente spaesato, come se vedessi un cervo camminare sul fondo del mare.

Come qualsiasi cosa che sorprende, il primo istinto è lo spavento. Però più la ascolto e più penso che questo album senza l’autotune sarebbe stato buttato nel dimenticatoio. Questo dettaglio ormai lo trovo imprescindibile per questo progetto, perché crea un’atmosfera a cui non riesco a dare un nome in cui però voglio immergermi ogni volta.

Il titolo enigmatico dell’album poi aumenta questa sensazione, come se ci fossimo ritrovati in un luogo che non possiamo comprendere. Infatti, si potrebbe trovare la motivazione dell’uso dell’autotune nei testi delle canzoni, che a volte fanno riferimento a una persona nel futuro che osserva il passato e parla a un’altra persona in quella linea temporale. Però questa teoria viene sia confermata che smentita in altri testi, quindi chi lo sa. Sappiamo bene che Casablancas non è famoso per dei testi comprensibili al 100%.

Questa scelta sulla voce è stata vincente, perché ha dato vita ad un progetto con una sua personalità e una sua idea, che può piacere o non piacere, ma che ha reso tutto l’album molto più interessante. Il muro che si incontra all’ascolto di questo album è semplicemente uno: le aspettative.

Quando si ascolta una certa band, ci si aspetta un certo sound, facendola diventare così una zona di comfort. Si vuole avere quella struttura di canzone, si vuole avere quell’atmosfera, si vuole avere quel timbro vocale. Se cambi, rompi la bolla e tutto diventa spaventoso. Ecco, bisogna smetterla di vedere così gli artisti.

Il cambiamento è una cosa necessaria per l’essere umano e l’arte è lo specchio che mostra l’umanità delle persone: come tale, l’arte cambierà, come gli artisti.

Sono passati 25 anni dal loro esordio, gli Strokes sono cresciuti e da ragazzini sono diventati adulti. Come può allora la loro musica rimanere immutata? Non può, perché se lo fosse vuol dire che sarebbe una musica bugiarda.

Ci sono tante band che si incastrano sullo stesso sound, che sia per compiacere i fan o per semplice comodità; infatti, finisce che te le scordi e non ti ritrovi mai a parlare delle loro nuove uscite. Che c’è da parlare? Se le canzoni sono sempre le stesse, c’è poco da dire.

Con Reality Awaits gli Strokes hanno tentato qualcosa di nuovo e hanno avuto successo. È passato quasi un mese e ancora si parla di questo album, la gente ancora ci pensa e ci discute: questo l’arte deve fare.

 

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