A vent’anni si è stupidi davvero. Poi arriva Guccini

Manuel Gandin

Che poi, diciamola tutta, suvvia: dovrebbe essere un mistero come abbia potuto avere successo uno con poca voce e la erre moscia, un mediocre chitarrista, fisicamente persino goffo all’apparenza con la sua altezza enorme, sempre accompagnato sul palco dal fiasco amico, capace di dire cose che parevano incomprensibili o ridondanti, dalle stoviglie color nostalgia alle Silvie beffeggianti, passando per dialoghi forzatamente banali come “Buongiorno, professore, come sta la sua signora? E i gatti? E questo tempo che non si rimette ancora”.

Il mistero Guccini, il mistero del Maestrone, che ha fatto diventare luoghi comuni quelle frasi così ben fatte ma lontanissime dal nostro percorso quotidiano, e che ci piacevano perché imparavamo a sentirle ugualmente nostre. Noi non le sapevamo dire e lui, al contrario, le raccontava per noi che ascoltavamo, spesso rapiti e un po’ confusi tra la musica semplice, addirittura troppo facile, e quelle parole che raccontavano di vita e di morte come se fossero la stessa cosa, due facce della stessa medaglia.

Ricordo un concerto, all’inizio degli anni Duemila. Ci portai, di forza, mio figlio, allora undicenne e dedito al rock duro: «Guccini? No, dai, è palloso». Ma ero sicuro di me: «Vieni e cambierai idea». Andammo: Milano, un palazzetto sportivo, noi in tribuna, in alto, per vedere meglio. Neanche una ventina di minuti dopo l’inizio del concerto, il figlio svogliato e annoiato mi fa: «Scendo e vado sotto il palco». Lì, sotto al maestrone, una cinquantina di pazzi conoscitori a memoria di tutti i suoi brani cantava con lui che suonava allegramente tra canzoni di notte, isole non trovate, Bisanzio, vecchi e bambini. Quello che vidi da solo lassù in alto era un campionario di “gens gucciniana”: padri e madri, figli e nipoti, due o tre generazioni assieme per quell’omone che cantava di un eskimo dettato solo dalla povertà e che solo i più vecchi ricordavano; i figli no, non sapevano cosa fosse l’eskimo ma lo imparavano dai racconti un po’ malinconici dei sospiranti genitori, perché “a vent’anni si è stupidi davvero”, ma gliela passavamo anche questa: se la diceva lui andava bene così.

Alla fine del concerto mi chiedevo se Guccini fosse piaciuto a mio figlio o se quella mia scommessa fosse precipitata nel fallimento. Lo rividi salire le scale e arrivare da me sudato fradicio: «Beʼ, sembra che torni da un concerto dei GreenDay». Rise felice: «No, ho visto un grande, un grandissimo, un maestro».

Tanti anni prima, quando ero un pischelletto alle primissime armi, collaboratore de LʼUnità, il giornale mi chiamò dalla redazione milanese: «Tu sei a Como, vero?». «Sì, certo». «Bene, stasera alla festa dellʼUnità di Como suona Guccini. Vai a intervistarlo, non superare le sessanta righe». Obbedisco! Altri tempi, per dire: mi presento all’ingresso della festa,  tre energumeni, operai di una seteria mi guardano e chiedono in modo imperioso: «Un contributo per la festa, prego». Io specifico che devo intervistare Guccini e loro subito a testa bassa, vagando su un quaderno, con l’indice su una pagina trovano un’informazione, mi squadrano e chiedono: «Sei Manuel Gandin?». «Sì, sono io». Due di loro lasciano il terzo all’ingresso: «Vieni con noi».

Scortato da cotal servizio d’ordine li seguo fino alla fine del parco, dove stava una roulotte che serviva, evidentemente, da camerino per i vari cantanti che si erano susseguiti in quelle serate. Bussano alla porta chiusa della roulotte ed esce, gigantesco, l’omone di Pavana. Concordiamo per l’intervista alla fine del concerto, poi vengo dai due operai accompagnato in prima fila, dove l’unica sedia vuota aveva un foglio appiccicato alla meglio sullo schienale con la scritta: L’Unità. Ero palesemente intimidito dagli sguardi incuriositi e sospettosi degli altri spettatori, ma uno dei miei angeli custodi la mette giù dura: «Lʼè un giurnalista nè, va minga disturba’, che l’è chi a laurà».

Dopo il concerto, tra locomotive, incontri, bastardi posti e bambine portoghesi, ritorno alla roulotte, attendo una ventina di minuti, poi lui arriva. Ci sediamo all’interno, uno di fronte all’altro, tra noi un tavolino. Sopra il tavolino una bottiglia di vino, due bicchieri, un posacenere e un pacchetto di sigarette, il tutto offerto dal partito.

Rimanemmo lì per un’ora circa, tra chiacchiere, vino e fumo, e quello che sembrava un orso si rivelò, al contrario, un simpaticissimo affabulatore, che raccontava già allora di un passato migliore di quel presente lì, di Bologna e Modena e Pavana, delle sue radici, tra la via Emilia e il West, con un pizzico di sardonico rimpianto per non essere nato in America. A sorpresa, quel signore dalle rime che memorizzavamo perché ci sembravano testi degni di appassionati studi liceali, mi diceva di amare il rock’n’roll.

La rabbia che aveva era una rabbia gentile e colta, quella che più tardi avrebbe messo in Cirano, versione a colori di quell’Avvelenata in bianco e nero che tanto piaceva ai più scatenati fan. Ci lasciammo con quel «Vieni a trovarmi a Bologna, che ci divertiamo» e mi sono sempre chiesto perché non l’abbia mai fatto.

Forse perché i miti vanno sempre lasciati in disparte, nei ricordi, al massimo di fianco momentaneamente, oppure perché “il tempo andato non ritornerà”. O forse perché anche lui tendeva a non ingombrare lo spazio più di tanto, giacché esistono ancora persone che fanno a meno del protagonismo sfrenato odierno, come Nanni Moretti che disse, orgoglioso di sé: «Mi sa che sarò sempre d’accordo e a mio agio con una minoranza». Ecco, in quella minoranza, che poi non è neanche tanto piccola ma assai e giustamente vociante, c’è posto per Francesco Guccini.