Non devi capire che c’è un attacco premeditato alla tua identità personale da parte di un nemico antiumano. Tanti attacchi, da tutte le direzioni. È che tu subito pensi allo spazio, o peggio ancora al tempo. Il tempo è merce loro, stanno nel templio, inetti e troppo pigri. Sanno citare i classici a memoria, ma non distinguono il ramo da una foglia. Distinzioni che spettano al contado, il quale ha trentotto nomi per i rami e più di quattrocento per le foglie. Persino la banana, il frutto dell’amore, che induce smancerie e pietismi sterili, poi sempre conclusi con fariseismi e fughe notturne dal letto coniugale se il coniuge va in astinenza, in indigenza, in male torcibudella, in salmonella, o semplicemente perde quell'appeal con cui appendeva il partner a proprie pene, persino la banana, dicevamo, ha tanti nomi quante gradazioni di maturazione, e solo i bianchi la mangiano già gialla, fino anche a chiaramente putrescente, maculata di nero malamente, quando gli indigeni, in quella condizione, la chiamano “la-mangerà-il-badrone”, e ci ridono assai sguaiatamente. Loro stanno nel templio, e non lo sanno. Ma sanno contare il tempo, il pecorame, la quantità di offerte e sacrifici. Quando contano ovini, o corpi virginali, o cuori da strappare sull’altare, o ceste di mais e di frutti da magnare al posto di chi li stette a coltivare, il conto ha un referente, evidente, concreto. Una pecora, due pecore, tre pecore, quattro pecore, portale a macellare, senza dormire, svelto, c’è da fare. Mentre quando contano ore, o anni, o ere, è meramente un contare. Uno, due, centomila. Come fanno i bambini quando giocano a chi sa arrivare al numero più grande. Senza che nulla ci sia da inventariare. Inventori di dèi. Brevettisti di Credi. Se fai credere al templio e al tempo insieme, il sangue che ti scorre nelle vene più lentamente di chi fai lavorare ti fa traslare come l’astronauta tornato qui veloce come luce dalla sua odissea interstellare, che tornerà al paesello ormai crollato, lui ancora pischello di un passato che nel frammentre ha usurato tutto, tenendo il solo tenibile: il presente. Ma questo è un altro discorso, un altro advice. Torniamo dunque a noi. Pure lo spazio, persino quello che occupa il tuo corpo, essi ritengono sia proprietà loro. E tu, poi, convinto del tuo corpo, di questa sua estensione misurata, certificata in tot metri e centimetri, sei solamente mannequin da bara. Epigrafe, nome, cognome, date, ancora numeri, e se va bene un motto, preferirei non patetico. Non escludo il ritorno: questo, al massimo. Ma ancora meglio nulla, come la causa di Stirner. Il buon vecchio Max - detto Old Max da quello sbronzo di Sal, che a William Seward chiamava invece Old Bull - sapeva di non essere effetto di alcunché. Vivente di per sé, in quel frangente su cui si frangono il niente con il niente. Non occupi uno spazio. Se proprio, lo contieni, casomai. O anche caso-per-sempre. Ma non è questo il caso di parlarne, o perderemmo il punto. Il punto è a capo, e non vogliamo capi, si era detto, ricordi? Lo so che non ricordi. È perché, dicevamo giusto all’incipit, sei sotto attacco. Non vogliono che lo ricordi. Ma se ti guardi dentro, vedi bene che ci sono galassie, nebulose, orbitaggi di elettroni attorno a nuclei di elio, immense popolazioni parassite, generazioni infinite di batteri, e trasmissioni di impulsi, o anche di sieri, per chilometraggi non determinabili, gangli e interiora così sovrapponibili che ce ne stanno metri in poche, due-tre, decine di centimetri di ventre. Esci dal corpo, dal tempo, dallo spazio. Non farti torturare inutilmente. Non dargliela vinta così facilmente. L’identità che ti han dato è sia il movente che il tuo imminente rigor, la fermata a cui ti voglion far scendere. Se senti dicono “è agnello”, non essere, come t’hanno istruito, quel credente nell’Essere. Non sei agnello. Non sai che cosa sei. Non sai chi sono loro. Ma li hai davanti. Non credere al corpo. Diventa, piuttosto, corpo contundente. Solo così eviterai le terapie, i terabyte del cloud che ti fa grandinare sopra il cranio le randellate che poi qualche archeologo indagherà ritrovandolo in forma di teschio in piramidi di teschi nelle piramidi di pietra immortalate come mortifero simbolo sui dollari. Non hanno emesso su te che questa diagnosi: credente nella diagnosi. Un tizio aveva un buffo fischio al naso. Andò da un nasologo nel nasocomio. Curandogli il fischio al naso, il solito batterio ospedaliero lo contagiò. Inserito contento nella conta di chi non conta se non come tassello del computo dei degenti per gli emolumenti di Stato ad aziende mediche, assunse l’antibiotico, semantica inversione della Vita, senza tentare la fuga. Non si chiamava William. Solo Ugo. Il tipico commediante all’italiana. Non ne fecero un cult. William - Burroughs - invece, in mano la sua colt, spuntava davanti agli occhi del paziente che evade dalla Clinica a Chappaqua. Non deglutire sciroppo, non bere se il tappo è stato già s-vitato. Sarebbe letterale il risultato.
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