Non è una città. Non solo. Venezia è un’utopia, una sfida, un ostinato azzardo contro la prepotenza del mare. Un’irresistibile illusione. Rivisitata un milione di volte – da artisti, poeti, visionari – cerca di resistere nonostante tutto, col fiato sempre più corto. Marinetti l’aveva presa di mira come simbolo della decadenza (ricordate il manifesto del 1910 Contro Venezia passatista?), definendo la gondola «poltrona a dondolo per cretini» (anche se non si era fatto molti scrupoli a disegnare di suo pugno un modello dell’imbarcazione lagunare per sedurre Rose Fatine, figlia del nababbo Mohamed el Rachi Pascià… ma questa è un’altra storia). Nel film cappa e spada Sul ponte dei sospiri (1953) di Antonio Leonviola ritroviamo l’ostentato manierismo (dalla grana quasi fumettistica) di una Venezia ricostruita in teatri di posa, con ponti di carta pesta e fondali dipinti. E cosa dire dell’iperteatralità del Venetian Resort di Las Vegas? Il complesso alberghiero più esteso del pianeta (4.049 suite e un casinò di 11.000 m²), con il campanile di San Marco e il Ponte di Rialto ricostruiti in scala 1:2 e un canale artificiale dove si aggirano gondole dotate di motore elettrico nascosto… Basta! Arriviamo a oggi. Ti senti molto furba quando decidi di portare i tuoi figli a visitare la Serenissima un lunedì e martedì (feriali!) di marzo. L’Overtourism sarà sotto controllo, pensi. Povera illusa. Sul vaporetto sperimentate la “Sardina sott’olio Experience”, per i calli siete investiti da una valanga di homo sapiens in tenuta escursionistica, rinunciate alla merenda, impauriti dalla fila colossale (quasi un serpente dalle mille teste) che si snoda fuori dalla gelateria. Nessuno sembra osservare davvero monumenti e bellezze assortite, sono tutti troppo impegnati a scattarsi selfie in punti instagrammabili, per urlare sui social: Ci sono stato, io! Stazionano a due passi dal Canal Grande, ma non lo guardano. No, figuriamoci. Preferiscono fissare lo schermo del cellulare per verificare se il boulevard d’acqua più famoso dell’universo è fotogenico come dicono. Sulle isole va un po’ meglio (forse), ma i negozi di souvenir sono presi d’assalto, manco vendessero le ultime derrate alimentari prima di una carestia interplanetaria. Ti viene voglia di fermare una turista statunitense per chiederle cosa se ne farà di un centrino a forma di piovra una volta tornata in Oklahoma o Arkansas, ma poi decidi di farti gli affari tuoi. A fine giornata rientri nel campeggio, frastornata e incredula. Cos’è tutto quello spazio vuoto che ti saluta intorno? I tuoi figli s’infilano il costume e si fiondano verso la piscina coperta. Tu vai a caccia d’aria. Fai qualche passo e t’imbatti in un filare di pioppi ancora spogli, affacciati sopra un canale senza pretese. In lontananza un casolare sonnecchia dentro la campagna veneziana. Con calma, estrai dallo zaino la Leica M6 ereditata da tua nonna. E scatti la prima fotografia della giornata.


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