C’è stato un tempo in cui l’uomo non era altro che un animale tra gli animali. Prima del linguaggio complesso, prima della scrittura e della rivoluzione industriale, c’era il branco, il contatto, l’odore, e la legge non scritta ma inflessibile della natura. L’uomo, come il lupo o lo scimpanzé, imparava a stare al mondo attraverso l’esperienza sensoriale diretta e, soprattutto, attraverso l’imprinting con le figure primarie. Oggi, questa verità biologica è stata sepolta sotto strati di cemento, schermi e produzione. La società industriale, e ancor più quella post-industriale, ci ha venduto l’idea del dominio sulla natura, facendoci dimenticare che noi siamo natura. Il disagio sociale e psicologico che deriva da questa distanza dalla natura non può essere dimenticato dalla psicanalisi, semplicemente spesso concentrata a guardare e rivedere i principi e gli assiomi inventati a suo tempo da Freud, Jung, Lacan etc. a cui va senz’altro il merito di avere osservato la potenza del sentimento umano, ma cui possiamo anche imputare di aver costruito schemi artificiosi per tentare di spiegare le umane vicissitudini. Ancora oggi gli schemi di Freud, l’Io, l’Es e il Super-Ego, l’inconscio e il suo grande potere, il meccanismo edipico, sono ancora i parametri con cui ogni psicanalista deve confrontarsi. Molte volte questi schemi si pongono come preconcetti ed impediscono una osservazione della realtà. L’interferenza economica nel rapporto primario Per comprendere la sofferenza moderna, dobbiamo tornare all’inizio. Il neonato umano è il più immaturo e dipendente del regno animale. Il suo cervello è una spugna progettata per sintonizzarsi con la madre. In una condizione "naturale", questa sintonizzazione avviene attraverso il contatto pelle a pelle, il calore, il ritmo del respiro, il latte che arriva a richiesta, la risposta immediata al pianto. È un dialogo chimico ed emotivo che getta le basi della futura salute mentale. Tuttavia, la società industriale, mossa da logiche di efficienza e produttività, ha iniziato a interferire pesantemente in questo dialogo fin dai primi giorni di vita, presentandosi come un "facilitatore" economico. Propone soluzioni rapide a problemi pratici: · Il pianto viene letto non come un bisogno di contatto, ma come un problema da "risolvere" con un ciuccio o con il "metodo del controllare e lasciar piangere". · La fame viene regolata non dalla richiesta del bambino, ma da un orologio che impone la poppata ogni tre ore. · Il sonno viene "addestrato" in culle separate, in camere isolate, interrompendo il contatto notturno. Queste soluzioni, proposte come efficienti e modernamente necessarie, hanno statisticamente un'alta probabilità di successo nel breve termine: il bambino smette di piangere, si abitua al biberon, "dorme come un angelo". Ma con quali conseguenze? Il prezzo è la rottura di un dialogo primordiale. Al bambino viene insegnato che i suoi segnali non sono ascoltati, che il suo bisogno di contatto è un problema logistico, che il mondo non risponde ma impone. Si crea una ferita precoce, una frattura tra il sé biologico e l’ambiente. Questa interferenza non è un evento traumatico singolo, ma un clima culturale che si protrae. Il bambino cresce in un ambiente saturo di stimoli artificiali, dove il contatto vero viene sostituito dal passeggino, dal box, dallo schermo. L’adulto che ne deriva è un animale spaesato: possiede un corpo progettato per la corsa, l’abbraccio e la vita all’aria aperta, ma è costretto a sedere cinque ore a scuola, otto ore in un ufficio. Ha un sistema nervoso che per migliaia di anni si è calmato con il contatto umano, ma vive in una società del "tocco zero" dove il contatto è spesso solo medicalizzato o sessualizzato. Il disagio psichico che ne consegue può essere letto come la ribellione dell’animale represso. È il grido di un organismo che dice: "Questo ambiente non è adatto a me". Il disagio psicologico non è un conflitto tra Es e Super-Io, come raccontano le scuole psicanalitiche, ma un conflitto tra il nostro progetto biologico e le richieste innaturali della civiltà, una conseguenza della precocissima separazione tra genitori e figli che la nostra società consumista propone con la mitizzazione dell’indipendenza e della libertà, che in realtà nasconde soltanto le infinite proposte di acquisto da cui siamo tutti quotidianamente bombardati. Ed è chiaro che più si crea distanza nei rapporti affettivi primari, più si è facili prede delle chimere consumistiche. Non misuriamo più la nostra felicità con il nostro essere amati, con un abbraccio, ma con il costo del nostro telefonino. Il genitore omologo Le osservazioni psicanalitiche, svolte dai ricercatori del C.I.R.S.O.P.E. da oltre 50 anni (www.cirsope.it), hanno evidenziato come sia di vitale importanza per lo sviluppo equilibrato della persona il rapporto d’amore con il genitore omologo: la madre per la figlia ed il padre per il figlio. La modalità di natura simbiotica si avvale del sentimento, garantisce la sopravvivenza emotiva. La modalità di natura economica garantisce invece la sopravvivenza fisica. Senza cibo il corpo muore, ma anche senza amore si può morire. Una sana prevenzione dovrebbe permettere ad entrambi i genitori un forte contatto fisico con i figli, già dormendo con loro durante la notte finché lo desiderano, per esempio. Non è un delitto attrezzarsi con un lettone a tre piazze, dove si può dormire anche in cinque… Pertanto anche il figlio maschio potrà avere una maggiore attitudine al contatto fisico, non soltanto legato all’allattamento, ma anche grazie agli abbracci, alle coccole e alle lotte giocose con il papà. Il nuovo ruolo della psicanalisi In questo scenario, qual è il ruolo dello psicanalista? Non può limitarsi a interpretare simboli o a ripercorrere all’infinito i traumi infantili. Se il problema è un allontanamento dalla natura, la cura non può che essere un ritorno. L’abbraccio tra figlio o figlia e genitore omologo durante la seduta, anche ripetutamente, con opportune osservazioni sugli stati d’animo provati durante l’abbraccio, i “vissuti”, è uno strumento formidabile che permette ai figli una rapida conferma della propria identità. Certamente, se si richiede l’intervento dello psicanalista, si arriva in seduta quasi sempre con una relazione simbiotica con il genitore omologo disturbata. Le interferenze economiche, le induzioni emotive che provengono talvolta da elementi esterni, le separazioni affrontate magari in situazioni di particolare disagio e mille altre situazioni di disturbo possono presentarsi come interferenza nel rapporto d’amore primario. Concludendo, la psicanalisi non è una negazione della complessità umana, ma un suo radicamento. È un invito a ricordare che sotto il vestito e la maschera sociale, batte un cuore animale che ha bisogno di contatto, di natura, di amore autentico. Solo riconoscendo e onorando questa dimensione dimenticata potremo sperare di guarire il malessere di un’epoca che, nel tentativo di dominare la natura, ha finito per perdere sé stessa.
La psicanalisi smette di essere così un processo mentale, una ricerca intellettuale sui meandri della mente per scoprire meccanismi astratti che permettono interpretazioni astruse.
La mente non riesce a credere qualcosa se non ne ha una sperimentazione corporea. Il cliente va dallo psicanalista per poter verificare la sua identità, il suo essere amato e accettato da chi è particolarmente simile a sé: il genitore omologo. Il cliente ha bisogno di prove tangibili. Inutile ripetere all’infinito che la mamma e il papà amano i figli. Se i genitori sono vivi la presenza del genitore omologo nelle sedute è indispensabile. Permette di verificare attraverso l’abbraccio la fisicità di questo amore, che a parole non è mai sufficientemente comunicabile.
Se tali eventi sono rarissimi per gli animali che vivono in natura, la vita umana è sempre più complicata ed i fattori di interferenza nelle relazioni d’amore sono sempre più frequenti.
Pertanto lo psicanalista attinge alla propria sensibilità, ed alle proprie capacità empatiche, opportunamente addestrate dai colleghi più esperti, per permettere un percorso evolutivo dei propri clienti che sono spesso talmente immersi in una anestesia del sentimento talmente forte che non permette di riconoscere più l’amore più naturale, quello del genitore omologo, principale garanzia di sanità mentale.

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