C’era una volta un gioco: un-due-tre, stella! Tutti in movimento e poi fermi all’improvviso, lì dove si era giunti, per non farsi eliminare. Oggi il gioco è radicalmente cambiato: un-due-tre, stallo! Fermi tutti e sempre, guai a chi si muove! Immobili anche col cervello, sennò saremo depennati dalla società. Partire, spostarsi, viaggiare, proiettare la mente verso qualcosa che non si conosce ancora, il nuovo, verso ciò che è differente dalle nostre abitudini, tutto è diventato complicato, anzi di più, impossibile o quasi. Perché? Mancano i denari, certo, ma anche voglia, curiosità, forza, volontà, ottimismo, speranza e anche un pizzico di sfrontatezza. Atrofizzati da mille pensieri spesso bui, restiamo inerti di fronte alle difficoltà che ci circondano e ci soffocano, e questo nonostante i molteplici strumenti a disposizione che ci invitano, ma solo in teoria, a conoscere, esplorare, toccare con mano - e non solo con la fantasia – l’altrove, cioè il mondo. Che, nonostante i vari divieti sotterranei o palesemente dichiarati, ci appartiene ancora tutto. Cinquant’anni fa si sognava guardando dentro il view-master - sorta di visore portatile di diapositive - le meraviglie di Parigi e New York, Londra o Tokyo. Si schiacciava il dito e oplà, l’immagine cartolinesca dei luoghi più lontani era lì; così si smaniava per andare, andare e ancora andare, per conoscere quei Paesi, quelle genti. Oggi, invece, perfino il mondo più prossimo, quello del vicino di pianerottolo, è diventato un mistero insondabile, da ignorare o disconoscere, perché non si sa mai cosa può succedere dopo. Paura? Sì, va bene, ma di cosa? Difficile da descrivere, incasellare, circoscrivere con precisione, la paura aleggia nell’aria e ci deprime, ci vince, ci rende inabili. Ed ecco che trionfa l’immobilismo. Abbiate paura, di quello che volete ma non dimenticatela mai la paura, perché è con quella che si sopravvive oggi, avere paura aiuta e protegge. E giù spot di porte blindate, che non solo vengono chiuse ma che, soprattutto, non si apriranno mai al mondo. L’esterno si guarda da dietro una finestra, al riparo da cosa non si sa, non vogliamo saperlo, è come un film western o un thriller. Paura di tutto, la peste non più medievale ma contemporanea, il nuovo contagio mentale che nutre e ci accompagna verso un eterno, confuso, malevolo, deprimente, presente. Mancano i soldi? Abbi paura del domani, te lo consiglio. Non c’è più il lavoro sicuro che tutti vorremmo? Concèntrati sulla paura di non farcela, mi raccomando. E la salute? Come va la salute? Domanda che fa paura, eh? E la casa ce l’hai? No? Che paura! Isteriche distrazioni Per battere la paura crediamo di distrarci e ci proviamo in modo isterico, tra un ristorantino a la moda, un cinema annoiandoci, un po’ di sesso sbrigativo o un fiacco apericena, o una sudaticcia discoteca, l’importante è che ci sia attorno, ovunque, una musica purché stupidissima, snervante, priva di fascino, a volume altissimo, così che neanche io senta ciò che sto dicendo, meglio non sapere, illudiamoci di essere tutti felicemente inebetiti dal nulla. Evaporiamo e continuiamo a farci del male, come diceva Nanni Moretti. Confusi dagli eventi, una guerra di qua, una possibile epidemia di là, e poi l’immigrato che arriva e vuole tutto quello che non possiede e che noi invece abbiamo, che tempi contessa!, ’sto mascalzone vorrebbe pure la pace nella sua terra, però dopo che l’ha abbandonata, pensi un po’! E noi? Niente, fissi sul cellulare, nessuno scatto in avanti, nessuna reazione. Un-due-tre, stallo! Eppure verso la fine del Novecento, dagli anni Sessanta in poi, l’immaginario non fu solo possibile, ma addirittura sembrava a portata di mano. «Siate realisti, chiedete l’impossibile», si urlava nelle manifestazioni di piazza: e allora via per un viaggio nell’ovunque, amici nuovi, tentativi di lavoro che se fallivano concorrevano a fare andare in un’altra direzione, e si diceva: chiusa una porta s’apre un portone. Si era più sfacciati? Sì, perché si era coraggiosamente incoscienti e sembrava di essere protetti da chiunque camminasse sullo stesso percorso. Ci si riconosceva, si andava avanti, magari senza meta, perché qualcosa comunque accadeva, forse di non sorprendente ma almeno divertente. E ora, invece? Il cretino avanza e trionfa e si fa cattivo. D’altra parte essendo cretino non potrebbe che incattivirsi, vista l’ignorante natura che gli impedisce un ragionamento serio, approfondito, voglioso di conoscere e indicare nuovi percorsi, nuove strade da battere, utili a tutti. Meglio l’io, anzi, meglio Io, tutto solo e urlante, meglio impaurire il popolo e tenerlo legato a me che mi proclamo Unica Salvezza. Non si era mai sentita la parola popolo con così tanta frequenza come ora. I vecchi dicono che anche ai loro tempi era una delle parole più citate ma si era in guerra, e noi siamo in pace, vero? Le guerre ci sono sempre state, no? E poi in Europa, non succederà nulla, solo un po’ di trambusto ma poi tutto tornerà come prima. Volere l’impossibile Basta restare ognuno al proprio posto, senza muoversi che si fa solo confusione, non c’è motivo di scendere in strada, stiamo tutti mediamente bene, giusto? No, non stiamo per niente bene: quando si perde la forza di dire no a ogni fesseria, quando ci sentiamo vessati e non reagiamo, quando il ducetto di turno si sveglia nervosuccio e inventa disastri per guadagnarci sopra, perché la ricchezza del ricco non basta mai e noi niente, assorbiamo come carta carbone e digeriamo tutto come struzzi con la testa nella sabbia, ecco, non si può dire che stiamo bene, proprio no. Quel tipo avrebbe detto: che fare? Tutto, perché si può volere anche l’impossibile, se si è pronti a partire, ma solo quando si è preparati culturalmente. Con la cultura s’impara anche a essere gentili e non iracondi, volgari, violenti; ci si educa a protestare con chiarezza senza arretrare di fronte alle rozzezze aggressive del padrone del vapore, a ridere per scoprire che il re è sempre nudo e si può battere con un eduardiano pernacchio. Proposta: prendiamone uno per tutti, quello che sembra un’imitazione mal riuscita del marchese del Grillo, il prepotente cialtrone, e chiamiamolo così come è scritto: Trump, con la u, e vedrete che si offenderà più che per i controdazi. O quell’altra, la marchesina del grillino, quella che va in aereo sulla linea Garbatella-Washington per baciargli il... Vabbè, dai, scherzavamo. Però, però, però... Fino a quando resteremo immobili, sonnambuli obbedienti a qualsiasi indegnità? A questo proposito torna alla mente un episodio avvenuto il 16 ottobre 1906, in Germania, a Berlino. Friedrich Wilhelm Voigt, nient’altro che un modesto calzolaio truffaldino, si infila una divisa da capitano dell’esercito e inizia a camminare per la città. Incontra alcuni soldati e ordina loro di mettersi in fila e seguirlo. Obbedienti di fronte all’autorità della divisa, vanno dietro a Voigt. Usciti da Berlino, Voigt e il suo “battaglione” entrano a Köpenick, un sobborgo della capitale. Il calzolaio-capitano si dirige verso il municipio e nota tre poliziotti. Anche a loro ordina di seguirlo; anche loro obbediscono. Entrato in municipio, Voigt si fa consegnare dal sindaco 4.000 marchi. Poi, però, lo fa arrestare e trascinare al posto di polizia della Unter den Linden. Per riportare la situazione alla sua calma naturale ci vogliono addirittura sei ore. Comunque: arrestato alla fine di ottobre, già processato in passato per truffe varie, Voigt fu ritenuto responsabile di contraffazione, avendo “interpretato” la parte di un ufficiale, e di imprigionamento illecito, e quindi condannato a quattro anni di galera. Due anni dopo, il kaiser Guglielmo II gli concesse la grazia. L’imperatore disse che era un “amabile mascalzone”. Morale: 1) di fronte a una persona che ordina e comanda, anche militari e poliziotti si ritengono servilmente usi a obbedire, senza proferire parola o avere dubbi. 2) Una divisa, d’altra parte, serve proprio a questo: farsi obbedire, sempre e comunque. 3) Oggi, al posto di un’uniforme basta utilizzare qualche social ben addestrato per ordire un complottino da quattro soldi o anche una guerra o un colpo di Stato, senza che alcuno abbia da ridire. 4) E se fossimo circondati da amabili mascalzoni anche ora, come ci dovremmo comportare? 5) Se allora ci vollero sei ore per reagire, oggi quanto ci vuole a svegliarci dal nostro immobilismo e capire che chi comanda nel mondo o anche solo nel nostro giardino di casa può essere più falsamente, biecamente, vergognosamente farabutto di un calzolaio se non viene tenuto sotto pressione e controllato nel suo modo di agire? Mai voltare la faccia dall’altra parte! Dentro la nostra testa c’è pur sempre un cervello, con un’intelligenza pronta a viaggiare nel mondo del sapere: senza biglietto, senza orrendi muri, stupidi dazi, satelliti artificiali che rischiano di caderci in testa o altre castronerie tanto di moda fra i cretini del potere.


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