È l’autore di fiabe più celebre al mondo: ben 157 al suo attivo, compresa I vestiti nuovi dell'imperatore che ha ispirato il nome della nostra rivista! Di lui si sa che era danese, che viaggiò in lungo e in largo per l’Europa (Italia, Grecia, Turchia, Svezia, Spagna) e che i suoi scritti sono stati tradotti in ben 170 lingue (solo la Bibbia e le opere di Shakespeare possono competere con Andersen su questo piano), ma in pochi s’interessano all’infanzia del fuoriclasse di storie per l’infanzia. Ecco, proviamo a riavvolgere il nastro… Avete presente la tipica scenetta della famiglia Mulino Bianco: tutti belli, sorridenti, soddisfatti, agiati, vincenti, impeccabili, sani e puliti? Bene, scordatevela! Hans Christian nasce il 2 aprile del 1805 in Danimarca, nel quartiere più degradato di Odense, sulla gelida isola di Fyn. Vive in una microscopica stamberga insieme alla sorellastra e ai giovani genitori (che, per altro, sono consanguinei, condividendo una bisnonna…). Sua zia è tenutaria di un postribolo di quart’ordine. Suo nonno paterno soffre di gravi disturbi psichiatrici. Sua nonna materna, tale Anna Sørensdatter, dopo aver disseminato figli illegittimi a destra e manca (la madre di Andersen è una di questi), si macchia di vari reati, finendo pure al fresco. Ma veniamo ai genitori: il padre Hans, ciabattino con velleità artistiche, nonostante le disastrose condizioni economiche della famiglia, trascorre il suo tempo vagabondando nei boschi con un libro in mano. Riassume in sé megalomania (è fermamente convinto di essere destinato a compiere imprese memorabili) e mitomania (va a dire in giro di essere imparentato con i reali di Danimarca). Seguendo i suoi deliri di grandezza, abbandona improvvisamente la famiglia e si arruola nell’esercito napoleonico, pensando di fare una rapida carriera. Invece si ammala e crepa. Quanto alla madre, Anne Marie Andersdatter, sguattera analfabeta, ossessionata dalle credenze superstiziose nonché adepta di un gruppo di guaritrici in odore di stregoneria, dopo la morte del marito, decide di risposarsi subito con l’ennesimo spiantato del posto e, per annegare le amarezze, si attacca alla bottiglia. Muore alcolizzata nel dormitorio d’un ospizio per poveri. Riassumendo: padre perdigiorno, madre beona, zia puttana, nonno pazzo e, ciliegina sulla torta, nonna galeotta, il tutto in salsa di miseria. Che magnifico quadro edificante! Eppure, a ben vedere, questo contesto fu fondamentale per far emergere quella particolare energia stilistica che si respira nelle opere di Andersen. Egli venne su come un’erbaccia ai margini di una discarica, ma gli fu concesso dal fato il più grande dei privilegi: la libertà. L’atmosfera respirata da bambino non era contaminata da micragnose sovrastrutture borghesi. Questo non si fa!… Tieni la schiena dritta!… Lavati le mani!... Fa’ i compiti!... Da grande sarai… Stai zitto!… Dove sei stato?... Mettiti il cappello!…Ubbidisci!... Vai a dormire presto!… Poteva bighellonare per le strade della vita scegliendo la propria direzione. Un senso di strana magia avviluppava le sue peregrinazioni solitarie e meditabonde. Spesso non c’era nulla da mettere in tavola, ma il padre faceva i debiti per mandarlo a teatro e trascorreva giornate intere a leggere e immaginare mondi con lui. Le mille e una notte, i drammi di Shakespeare, le commedie di Holberg, la mitologia nordica… tutto si mescola nell’ingorda fantasia del ragazzo. La madre, dal canto suo, gli insegna a riconoscere le erbe medicinali e lo intrattiene raccontandogli leggende popolari, humus fertilissimo al quale Andersen attingerà a piene mani per la composizione delle sue fiabe. Nessuno ha programmi precisi per lui e i suoi genitori, che non posseggono niente (nemmeno un vero letto: il loro talamo, dove dormono coi figli e altri parenti assortiti, è ricavato da un’impalcatura funebre), gli regalano, però, qualcosa d’impagabile: l’occasione di inventare il proprio destino. Anne Marie, poi, è certa che il figlio farà fortuna, perché una fattucchiera ha pronosticato mirabilia su di lui. Insomma, se buttiamo all’aria i parametri perbenisti, capiamo quante risorse creative si annidino in una fanciullezza certamente difficile ma, al contempo, vissuta lontano dal lezzo delle convenzioni. In questi giorni gira una pubblicità in cui un uomo camicia-giacca – che vuole convincerci a investire in non ho capito cosa – dice (testuali parole!): «Quando ci troviamo a pianificare il futuro dei nostri figli...» come se il fatto di averli generati ci desse la licenza di impostarli, manco fossero un programma della lavatrice. Ecco, Andersen aveva un solo paio di scarpe (bucate), ma nessuno si permetteva di “pianificare il suo futuro”. Gli fu accordata l’autorizzazione di essere solo un ragazzo con le tasche piene di sogni e, forse, anche per questo decise di scrivere storie per i bambini (di tutte le età).

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