Rap, impero carico di menzogne

Riccardo De Stefano

In fondo lo sappiamo da almeno quarant'anni, ce lo cantava il maestro Battiato: «l’impero della Musica è giunto fino a noi, carico di menzogne». 
Una volta, si potrà allora pensare, perlomeno c’era la Musica. Non che per forza “si stava meglio quando si stava peggio”, non esageriamo. Però almeno avevamo qualcosa di cui parlare.
Fino a qualche anno prima del lockdown, vero ground zero della musica in Italia, c’era il pop da classifica da una parte e dall’altra il resto, quello che girava intorno, che magari non faceva grandi numeri ma qualche volta riusciva a far parlare di sé.
A un tratto, noi millennial abbiamo iniziato ad avere un potere commerciale – eravamo “il pubblico di riferimento”, insomma – ed essendo cresciuti se non nati con internet, abbiamo fatto capire a qualcuno in alto che forse non era più necessario imporci le cose in televisione, o tantomeno in radio. E pensavamo di aver indicato una nuova strada, più giusta ed equa: se emerge dal circuito di internet, allora significa che il successo è meritato. Poveri fessi!


Poi però, la musica alternativa è diventata sempre meno alternativa: il rock è invecchiato malissimo, il pop è tornato “cool” e nessuno si vergognava più di ammiccare ai ritornelloni da cantare in coro, e anzi, la speranza era di passare quanto più velocemente dai piccoli palchetti dei live club agli stadi. Desiderio espresso e subito esaudito: nel giro di un paio d’anni tutto questo è successo davvero.

Ma noi millennial oggi abbiamo superato i 30 anni e ci fanno male i piedi la sera quando torniamo a casa, troppo stanchi per andare ai concerti. No, il pubblico di riferimento di adesso è quello dei nostri fratellini piccoli, quelli della generazione Z. 
E ai cosiddetti zoomers la musica che piace non è tanto quella dei cantautori indie - figuriamoci l’alternative rock - quanto quella dei nuovi rapper, o chi è sopravvissuto all’ordalia della trap ibridandosi con quell’indie pop che andava tanto di moda negli anni ’10.
Sulla carta, insomma, sembra che il rap ce l’abbia fatta: passare da essere un genere di nicchia a dominare il mercato e le classifiche. Poi, conti alla mano, vedi che tutti questi nuovi (o vecchi) rapper di successo, col rap c’entrano davvero poco.
Tant’è, il rap di una volta ora viene chiamato “urban”, fuso e confuso con quella black music di totale importazione americana, perdendo qualsiasi identità e credibilità, rendendo i vecchi rapper sempre più sbiaditi e inoffensivi, trincerati nei loro luoghi comuni – tra le celebrazioni stantie alle droghe, o la rivendicazione di “essere usciti dalla strada” - se non addirittura riversi nelle leziosità amorose tipiche del pop. 
Sulla scia di Coez e Achille Lauro, i rapper diventano così popstar, sì, ma senza melodie né idee, autori in serie di canzoni leggere nei contenuti e nella forma, da dare in pasto agli algoritmi della rete e del pubblico nella speranza di attirare l’attenzione dal venerdì dell’uscita almeno sino alla fine della settimana successiva, magari rivendicando i primi posti di questa e quella classifica musicale. Canzoni fatte da cinque o sei autori, sempre gli stessi, con quel tale che si occupa solo della linea melodica, quello che sceglie il beat da usare e l’altro che corregge il testo.

La generazione Z è nata già con la convinzione che fare musica deve comportare necessariamente l’idea del successo, prima ancora di essere rappresentativa di un’idea artistica e di una proposta personale. Ecco allora negli ultimi anni lo stuolo di canzoncine innocue e generiche dei nuovi artisti urban – spesso rapper e trapper pentiti – che si nascondono dietro i loro producer, le vere rockstar di questi anni, cercando di realizzare prima di tutto la hit giusta, andando a dare al pubblico qualcosa di già sentito e conosciuto nel tentativo di appagarli, prima ancora che sorprenderli. La “musica che funziona”, insomma, quella cioè che deve vendere e far fare soldi, in qualche modo, in qualche situazione. 
Se la soglia d’attenzione delle nuove generazioni è sempre più bassa, viene da domandarsi cosa resta e cosa resterà. Una volta c'erano gli album, i cosiddetti full-lenght, che richiedevano l’impegnativo onere di prestare attenzione ad almeno 30 minuti di musica – non sia mai adesso! Poi sono tornati i singoli, inseriti nelle playlist editoriali dei grandi player digitali, creando questo nuovo format ibrido dove dopo 3 minuti passi a sentire l’artista dopo, quello che la piattaforma ha deciso essere simile e perfetto per i tuoi ascolti. Infine, l’ulteriore abbattimento della forma canzone, con questi patchwork infernali di featuring e collaborazioni, Frankestein digitali in formato musicale dove ogni 20 secondi cambia interprete.

Per cui ecco Lazza, che esce col suo disco ma è anche in quello di Geolier, oltre comparire a fianco di Anna Pepe nella sua ultima pubblicazione e ovviamente accompagnare thasup nel nuovo singolo di lancio, e come lui tanti se non tutti, fino forse al caso più inquietante, quel BTX Posse che chiude Botox, disco di Night Skinny, che vede tra i performer Coez, Ernia, Fabri Fibra, Geolier, Guè, Lazza, MamboLosco, Night Skinny, Paky e Tony Effe. Praticamente una squadra di calcio su una sola canzone. Il risultato sperato e ottenuto è quello di accumulare i vari, rispettivi pubblici di riferimento per raggiungere le montagne di ascolti, quelle milionate una sull’altra che rendono felici i consumatori seriali di numeri.
Dicevamo: dall’album al singolo, sino ad arrivare adesso alla strofa singola. Che altro rimane dopo? A cosa giungeremo nel tentativo di capitalizzare l’attenzione del diciottenne del futuro? Un verso per ogni cantante, come nelle canzoni di beneficenza degli anni Ottanta? 
Forse non è colpa di Bob Geldof se oggi la canzone ha perso la sua rilevanza, e ci si concentra solo sul culto della personalità di questo e quel cantante, pronti a rivendicare una sorta di moderna street credibility da social, dove invece di spararsi (fortunatamente) come i gangsta rappers americani si finisce a dissarsi a colpi di storie su Instagram, magari per poi fare pace e realizzare brutti singoli pop-punk (!) come fatto da Fedez e Salmo con la loro (inutile) Viola. E non è allora un caso se sempre più spesso vediamo aberrazioni come l’ingresso in classifica di tutte le canzoni di un singolo disco e la successiva sparizione di queste nel giro di una o due settimane, rimpiazzate dall’ennesima uscita incalzante di qualche competitor. 

Oggi, fare urban, o definirsi rapper, è giusto, è l’unica via per provare a essere rilevanti, scivolando lentamente nel baratro della totale depersonalizzazione musicale: a colpi di playlist e di “artisti simili” alla fine sono diventati tutti grosso modo uguali, indistinguibili, trincerati dietro i suoni dei bassi della 808 e schiavi di quelle due o tre linee melodiche posticce, tali da giustificare il singalong ai concerti. Così passano i mesi e scorrono i nomi e delle canzoni rimane quasi nulla come dei loro autori. 
Quelli che rimangono sempre sono i soliti volti più o meno noti dell’industria musicale: i responsabili delle etichette, i curatori delle playlist, quelli insomma che di musica ne capiscono e ci tengono a dare al pubblico quello che loro decidono e pensano sia giusto e che funzioni. A quanto pare, la mannaia del tempo non sembra cadere mai sulla testa di produttori e discografici, e non c’è lockdown che possa fermare la macchina che, seppure cigolante, non sembra volersi fermare. 
E allora forse, alla fine, ci rendiamo conto chi è davvero il colpevole, se il ragazzotto ventenne che vuole sfondare nel mercato o «i direttori artistici, gli addetti alla cultura». 

 

02 rapper