Stanno spegnendo la musica

Leonardo Pelo

La Musica mi sembra, se non morta, in coma. Grave. E questo malgrado la sua fruizione sia viva e vegeta. Dopo tutto, una cosa è ascoltare musica, altra la produzione e altra ancora l’arte musicale.
Come distinguiamo il prodotto dall’arte?
Per ragioni di spazio mi sia concesso di non dare una definizione, ma di parlare di esperienza comune: Shakerando di Rhove non è arte, Dark Side of the Moon dei Pink Floyd sì.
Questo vuol dire che oggi non esistono più capolavori? Ovviamente no. 
Ci sono, ma la loro scoperta è difficile e il mercato non li premia.

Perché? Per capire mi sono costruito un percorso ragionato attraverso alcune domande. Le risposte - oltre a sancire il mio solipsismo schizofrenico - spiegano, credo, questa crisi forse irreversibile.
Come si ascolta la musica?
Ieri in molte abitazioni facevano bella vista casse potenti, stereo sontuosi con piatti e amplificatori, oggi la musica è compressa (in molti casi con riduzione della qualità) e spesso ascoltata dal cellulare. Da un telefono.
La ricchezza degli arrangiamenti diventa automaticamente uno spreco. Soldi e tempo che non possono tecnicamente essere apprezzati.
A lungo andare si perde il gusto dell’ascolto, esattamente come i bambini abituati al tonno in scatola («Pasta pasta, pasta con il tonno» canta BelloFigo) non gradiscono il sapore di quello fresco. 
E a guardare i live delle stelle del momento in Italia questo suono “elementare” semplifica pure la produzione dei concerti: una base e via (https://www.youtube.com/watch?v=gXn0jaLyUGM) con un risparmio notevole. Anche sulla qualità.


Dove compriamo la musica?
Questa credo sia una questione di fondamentale importanza con numerose ricadute a cominciare dalla scomparsa del supporto fisico e dal cambio di modello di business delle case discografiche che, a sua volta, ha molteplici conseguenze. I negozi hanno chiuso. E anche i CD (il vinile è oggetto dal fascino vintage) vendono sempre meno, visti dai più giovani alla stregua di gadget folcloristici. La maggior parte della fruizione è sulle piattaforme. Da Spotify a Youtube, con playlist basate sul volere di un algoritmo: vengono proposte canzoni simili a quelle di tuo gradimento in una marmellata priva di contesto. Dove il guadagno delle etichette non è dato dall’acquisto, ma dallo stream, ovvero dal tempo di ascolto.
Non devi scegliere. Perché hai tutto a portata di mano, ma la mancanza di scelta fa sì che tu non sia portato ad approfondire. Comprare i Pink Floyd, quando avevo 15 anni, significava non acquistare il cd dei Rolling Stones. In qualche modo dovevo capire (ascoltare, leggere, “studiare”) come spendere quel budget e decidere cosa escludere e cosa possedere.
Adesso scegliere è un atto inutile. Hai tutto lì: un’infinita tavolata. Pronto a una abbuffata simile a un “all you can eat” e non a una cena stellata.
Le piattaforme incentivano un continuo “di qua e di là”, dove magari Tommy (concept album per eccellenza) è spezzato da un brano di Quadrophenia degli Who (se non direttamente da un’altra band, “affine” per l’algoritmo) che spezza ogni senso logico all’ascolto.
La conseguenza più diretta è: ha ancora senso un album? Ovviamente no, diventa vitale beccare il tormentone, il singolo. Impatto e semplicità sono necessari. 
Niente di nuovo, la tv di qualità finì con l’arrivo del telecomando e lo zapping, con l’avere a disposizione mille trasmissioni senza mai alzarsi dalla poltrona. La tecnologia rende la gente svogliata, o per lo meno disattenta.
Per me, però, il danno è ancora più profondo.
Siamo, come dice Byung-Chul Han nell’era delle non cose. «Oggi corriamo dietro alle informazioni senz’approdare ad alcun sapere. Prendiamo nota di tutto senza imparare a conoscerlo. Viaggiamo ovunque senza fare vera esperienza. Comunichiamo ininterrottamente senza prendere parte a una comunità. Salviamo quantità immani di dati senza far risuonare i ricordi».
E senza memoria è difficile progredire.
Pensiamo alla diversità tra un file da Spotify e un CD.
L’MP3 non è una cosa, ma un’informazione. Dispone di uno status ontologico diverso. Ascoltarlo non equivale a “un possesso, ma a un accesso” (come da terminologia del filosofo sudcoreano). 
Nel caso del file, la musica viene ridotta alle sue informazioni ed è privo d’età, luogo, lavoro e persino proprietario. «Gli manca del tutto quella lontananza auratica dalla quale ci può parlare un destino individuale». Sempre Byung-Chul Han.
Il destino non rientra nell’ordine digitale (ovviamente vale anche per gli e-book e le piattaforme video). Le informazioni non hanno né fisionomia, né destino. Non consentono nemmeno un legame intenso. 
Gli mp3 sono privi di volto e di storia. «La storia e la memoria – argomenta Han – sono caratterizzate da una continuità narrativa che si estende su ampi lassi di tempo. Solo le narrazioni generano senso e tenuta. L’ordine digitale, numerico, è privo di storia e memoria. Quindi frammenta la vita. Da sole, le informazioni non illuminano il mondo. Anzi, possono oscurarlo. Da un certo momento in avanti le informazioni non informano più, bensì deformano. Ormai questo punto critico è ampiamente superato. L’entropia informativa con la sua rapidissima crescita, vale a dire il caos informativo, ci scaraventa in una società post-fattuale che pialla la differenziazione tra vero e falso. Ora le informazioni circolano senza alcun appiglio con la realtà, all’interno di uno spazio iper reale. Anche le fake news sono informazioni, probabilmente più efficaci dei fatti comprovati. Ciò che conta è l’effetto di breve periodo». 
Ciò che contraddistingue la verità sono, durata e persistenza. Difficile non concordare con quanto afferma Hannah Arendt: «possiamo chiamare verità ciò che non possiamo cambiare».
Senza verità non può esistere arte.

Come si compone la musica?
Anche qui, come nel mondo illustrativo, o dei traduttori, l’Intelligenza Artificiale si sta facendo largo. La tecnologia sta sostituendo la tecnica. Si alza il livello medio, aumenta a dismisura la produzione (come con l’avvento della macchina digitale si moltiplicarono i fotografi), ma diminuiscono le vette. Come se il rumore di sottofondo rendesse impossibile ascoltare le opere di valore. Esistono, ma non emergono.
La tecnica presuppone uno studio, una pratica. Una fatica. La tecnologia semplifica: fino a rendere autore chi non conosce nulla delle note. Per lavoro ho visto come MidJourney stia cambiando il mondo della illustrazione, così per la musica ho provato a fare un esperimento.
A un video di 15 secondi da consegnare a un cliente importante ho creato (oltre a non sapere nulla di musica sono pure stonato) personalmente la colonna sonora, usando Orb Producer Suite. Il risultato (ottenuto in 22 minuti) era assolutamente soddisfacente per il committente. 
Certo non era un compositore. E neanche un critico, ma pensate alle conseguenze: un ignorante totale (quale sono) può “comporre”. Presto si dirà comporre. Senza virgolette.

Dove investono le case discografiche?
Le etichette stanno puntando molto - se non tutto - TikTok (dove un video di 30 secondi è spesso considerato eccessivamente lungo) e stanno “dismettendo” gli artisti che non funzionano lì. Vacilleranno, tranne poche eccezioni, anche quelli che la massa over 25 ritiene intoccabili. Conta più quanto stai con le canzoni, che la loro qualità. Con l’avvento degli smartphone la battaglia commerciale è diventata sul tempo, più che sull’acquisto.
Questo probabilmente incide anche sulla qualità dei testi. Le parole devono avere un riscontro immediato a discapito di ogni lettura profonda («Un Casio, tre moto e un casco integrale/
Oh, maman, maman, ho sentito che ti stavi preoccupando/ Tranquilla, maman, son con lei che sta shakerando»).
In sintesi estrema sta emergendo, nella felice definizione di Umberto Palazzo, una «dittatura dei bambini», conseguenza del fatto che i maggiori proventi per l'industria discografica arrivano da piattaforme come Spotify e che un pezzo parte su Spotify (quasi) solo se lo streamano (passatemi il termine) gli under 20 che sono, come vuole la loro età, ripetitivi e con tempo libero. 
L’innesco di una hit spesso parte dunque proprio da TikTok (non solo certo, possiamo citare le serie Netflix, AmazonPrime, ecc., ma soprattutto dal social cinese). Il grottesco è che il successo di un pezzo viene sancito da un pubblico che non ha potere d’acquisto, non è interessato alla musica, bensì all’aspetto ludico dei social e usa account gratuiti. Quindi un’audience che non spende e ha valore solo come target per la pubblicità.
Quello che si cerca dagli artisti è produrre veicoli per advertising indirizzata a ragazzini. 
Valga come esempio Baby Shark (https://www.youtube.com/watch?v=XqZsoesa55) diventato il più grande successo di tutti i tempi su YouTube senza avere neanche un artista a cui riferirsi. 
Personalmente non vedo alcuna forma di resistenza culturale all’orizzonte, non si leva nessuna voce contro, o almeno io non la registro. 
Difficile in questo contesto parlare di musica. Figuratevi di arte musicale.
Dopotutto se sono saltate le figure intermedie nella catena produzione musicale -> pubblico, manca quel filtro dato dagli esperti di settore che sceglievano cosa registrare in base alla qualità del brano.
E oggi la qualità non è più la richiesta principale.

Dove sta andando la società?
Qui non voglio dilungarmi, sarebbe troppo complesso e non credo di essere in grado, ma vorrei dare almeno uno spunto. Come dice Zygmunt Bauman in molti suoi libri, con i social è saltato il confronto. E con questo la capacità di interagire con un parere contrario e negativo.
Personalmente penso che dal personal pc, all’iPad, passando per l’iMac, l’io diventa il centro dichiarato ed effettivo del mondo di composizione e fruizione. Ma se esisto (solo) io non ci sarà una corrente, un insieme di persone che si riconoscono in un movimento. Non dialogo più con i miei pari, ma è il mio computer a dialogare con me. Così creare arte diventa, quanto meno, più complicato.
Chi è oggi l’artista che vende di più in Italia?
Francesco Guccini, 82 anni, con una manciata di cover non disponibili in streaming sbanca le classifiche (https://www.rockit.it/articolo/disco-guccini-vende-come-quello-rapper-fattura-molto-piu).
Alla fine chi ha sedimentato nel passato mantiene uno suo pubblico, non propriamente giovane.
Manca il ricambio, non solo di artisti, ma proprio di ascoltatori attenti e appassionati. L’album come opera è morto, e probabilmente anche la musica si sta spegnendo.

La mia generazione (e pur io) crede che l’arte sia eterna. Forse questo è un errore di valutazione.
Se Dio è morto, può scomparire anche la Musica.
Ma, come ben sappiamo: «se Dio muore è per tre giorni e poi risorge. In ciò che noi crediamo, Dio è risorto».

(Si ringrazia per il confronto critico Umberto Palazzo e Luca Lampo).

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