WOODSTOCK - QUANDO IL MONDO SI FERMÒ AD ASCOLTARE

Ci sono viaggi che si misurano in chilometri, altri si misurano in canzoni. Questo appartiene alla seconda categoria. Non è semplicemente un itinerario nello Stato di New York, è un viaggio attraverso le geografie che hanno contribuito a cambiare la musica, la cultura giovanile e l’immaginario dell’Occidente. 

 

Tutti sanno che cosa è stato Woodstock, o almeno credono di saperlo: tre giorni di peace, love and music. Gli hippie, il fango, Hendrix che suona all’alba, Janis Joplin ubriaca sul palco, l’esordio dei Santana, mezzo milione di ragazzi che hanno bivaccato su un prato. Tutto vero, tanto che ormai di Woodstock abbiamo visto talmente tante fotografie che rischiamo di non vederlo più.
Re Nudo vuole provare a fare qualcosa di diverso: andare sul posto e chiedersi perché sia successo e perché qualcosa del genere, probabilmente, non potrebbe più accadere.

 

Il Festival si svolse realmente a Bethel, nello Stato di New York, dal 15 al 18 agosto 1969, sul terreno della fattoria di Max Yasgur: il nome Woodstock rimase nonostante il luogo originariamente previsto fosse un altro. 

 

PRIMA DI WOODSTOCK
Woodstock non nasce il 15 agosto 1969, nasce molto prima, nasce nelle prime proteste alle università, nei piccoli club, nella poesia beat, nelle proteste contro la guerra in Vietnam, nelle battaglie per i diritti civili. Nelle comuni di San Francisco. Nella musica che improvvisamente smette di essere semplice intrattenimento e comincia a diventare identità.
Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, mentre la guerra del Vietnam divide l’America, una parte della nuova generazione rifiuta radicalmente il mondo ricevuto dai propri genitori. Nasce una nuova maniera di vestirsi, amare, viaggiare, fare politica, ascoltare musica.
Per la prima volta essere giovani diventa qualcosa di più di una questione anagrafica.
Diventa una cultura.

 

UN ROAD MOVIE A TEMPO DI ROCK
Dalle strade di New York alle Catskills, dal Chelsea Hotel al prato di Bethel. Locali, quartieri, alberghi, strade e paesaggi diventano capitoli di una stessa storia.
Entreremo nei luoghi frequentati da musicisti, artisti, poeti e outsider e calpesteremo il grande prato dove tutto accadde.
Oggi il sito originale del festival fa parte del complesso di Bethel Woods e conserva e interpreta la memoria dell'evento e della cultura degli anni Sessanta.  Ma davanti a quel prato proveremo soprattutto a fare una cosa: immaginarlo senza sapere ancora come sarebbe andata a finire.
Un racconto dove non c’è un mito, nemmeno una leggenda: solo migliaia e poi centinaia di migliaia di ragazzi che arrivano, vogliono stare insieme anche sotto la pioggia, nel fango, con una scaletta improvvisata, un ritardo di oltre 6 ore. 
Eppure funziona: per quel weekend una generazione riesce a mettere in scena l'immagine che aveva costruito di sé stessa. E il mondo si fermò ad ascoltare. 

 

Per una settimana attraverseremo i luoghi di quel sogno di pace, libertà, musica e rivoluzione: non per stabilire se gli hippie avessero ragione o per rimpiangere un'età dell'oro che probabilmente non è mai esistita, ma per capire che cosa abbia spinto una generazione a credere che cambiare radicalmente la propria vita significasse anche poter cambiare il mondo. A Bethel, sul prato, rimarrà una domanda: cosa è restato di Woodstock?

 

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