Forse siamo tutti affetti da sindrome depressiva da social network? Marracash nell’album Status dichiara «so bene cosa significa avere una dipendenza, tu vivi sempre connessa come una disconnessa». Siamo nel 2015 e in questo suo lavoro, che è una sorta di rivolta contro lo show business mainstream, forse anticipava quell’effetto che col tempo avremmo chiamato Social Anxiety? La continua esposizione a contenuti digitali e l'uso eccessivo dei social sono temi comuni che possono influenzare la nostra concentrazione, la nostra produttività e stravolgere la qualità della nostra vita. Distrazione da feed, scrolling o fomo: ma di che cosa si tratta? Abusare, dedicare troppo del nostro tempo ai social media causa il fenomeno comune detto “distrazione da feed”. Mentre per scrolling si intende il comportamento che si verifica quando una persona, scorrendo i social media, come Tik tok, Istagram o Facebook, non si sofferma in interazioni sui contenuti. Mentre la paura di essere esclusi da eventi o esperienze significative è identificata con l’acronimo FOMO, Fear of Missing Out. E precisamente, dato che sui social si esibiscono per lo più momenti felici e patinati, si capisce come l’ansia per esserne esclusi, per non appartenervi possa avere un incremento esponenziale. Il dopamine scrolling è una forma legata a questi comportamenti, una sorta di dipendenza digitale che si verifica quando una persona scorre compulsivamente i propri device per cercare stimoli nuovi e gratificanti. Si intuisce come questa forma di ricerca di piacere e intrattenimento crei un circolo di istantanea gratificazione. Come posizionarci davanti all’AI È un po’ come se fossimo dipendenti dalle distrazioni perché abbiamo allenato il nostro cervello a desiderare interruzioni. E a sostenere questa tesi è Zelana Montminy, psicologa positiva e autrice di Finding Focus: Own Your Attention in an Age Distraction. Ma nell’alienazione social si fa largo il grande artificio di una nuova intelligenza. Non è solo un tema che interessa esperti o programmatori, l’intelligenza artificiale è ovunque, una tecnologia giovanissima la cui precocità già permea il nostro mondo, è qualcosa che entra nei nostri linguaggi quotidiani e quando una macchina comincia a parlare e a scrivere per noi, ecco che scopriamo un ennesimo modo di vacillare, inquieti ci chiediamo come posizionarci di fronte a questa forma di pensiero che non è viva, non ha una reale intelligenza sulle cose che dice e che crea. Nasce una nuova ansia che non si limita alla sola paura di essere sostituiti. Giuliana Altamura, nel suo editoriale per la trasmissione Kappa e Spalla, in onda sulla Radio della Svizzera italiana, suggerisce come distinguersi in questo dibattito contemporaneo tanto affollato: «Sorprende come l’AI abbia permeato i nostri discorsi e le nostri pensieri più intimi e le fantasie. E per spiegare qual è il salto quantico ho letto il libro di Francesco Maria De Collibus, La macchina che si auto programma, non parla tanto di intelligenza quanto di software e spiega quanto attraverso l’AI il software stia cambiando natura. Perché per decenni, forse inconsapevolmente, abbiamo vissuto immersi in programmi che regolano quasi ogni aspetto della nostra vita, il software è diventato la nostra infrastruttura invisibile, quella rete che ci avvolge, ci guida e a cui affidiamo di fatto ogni cosa: i soldi, la memoria, i nostri affetti. Ora noi siamo entrati in una fase nuova, una fase in cui non è più necessario conoscere il linguaggio un po’ criptico del codice per poter programmare una macchina e quindi, per poter scrivere un software, non serve più parlare la lingua dei tecnici, tradurla in una sintassi misteriosa, quasi esoterica, basta di fatto formulare un desiderio, una richiesta o una domanda e un sistema come Chat Gpt può tradurre quella richiesta in codice. E quindi creare per noi un programma su misura. Quindi, semplicemente spiegando quello che vogliamo ottenere, è come se avessimo la possibilità di creare il nostro software personale. E non a caso per il dizionario Collins, la parola dell’anno decretata è vibe coding ovvero proprio la capacità offerta dall’AI di scrivere software, quindi una capacità accessibile anche a chi non è in grado di programmare, anche a chi non è un tecnico, a chi non è del mestiere. E si tratta davvero di un salto quantico non soltanto perché democratizza la tecnologia, ma perché cambia il nostro rapporto con la creazione. E addirittura Francesco Maria De Collibus lo paragona all’invenzione della stampa per il suo peso e per la portata di rivoluzione culturale che rappresenta. Ma la questione è la perenne ricerca di un di più. Diciamo che ogni volta che una tecnologia abbatte una barriera porta con sé un interrogativo più grande: che cosa accade all’arte quando la competenza tecnica smette di essere un limite? Pensiamo a quando la fotografia ha sostituito la pittura come strumento di rappresentazione: gli artisti hanno smesso di inseguire la realtà ed hanno iniziato a reinventarla. Ecco, oggi l’intelligenza artificiale sta facendo qualcosa di simile: abbassa le barriere d’ingresso quindi mette tutti in condizione di produrre testi, immagini e musica, ma proprio per questo ci obbliga a ridefinire che cosa significhi creare davvero”. La direzione delle nostre ansie è un futuro in cui ancora una volta saliremo sulle spalle della tecnologia, la useremo per tornare a guardare l’uomo o almeno ciò che è soltanto dell’uomo e gli appartiene. In una sfida nuova: capire ciò resta nel gesto artistico di irriducibilmente umano.
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